Intercettazioni, telecamere di sorveglianza, tracciamento dei dati di navigazione… Dopo l’11 settembre il confine tra sicurezza globale e privacy è diventato sottile. L’informazione è al centro di una guerra tra controllo e libertà, una guerra iniziata molto tempo fa, ma che oggi riguarda tutti da vicino…. Quali sono le informazioni rilevanti, chi le cattura e come le analizza? Facciamo un passo indietro, dagli albori all’affermazione dell’importanza dell’intelligence:
Con la chiusura di Echelon, tuttavia, non è scomparso il desiderio che ne ha motivato la costruzione: conoscere e monitorare le informazioni scambiate non solo tra gruppi militari o industrie in competizione tra loro, ma tra comuni cittadini. La Rete, in questo senso, è un deposito di informazioni preziose: dati di connessione, percorsi di navigazione, orientamenti religiosi e politici, rete di relazioni: social network, email, chat, forum e blog sono una miniera di informazioni da comporre in quadri significativi. Se l’intelligence è l’attività connessa al reperire e dare senso ad informazioni sconosciute, come è cambiata questa attività con la rete e quali sono le tecniche per poter analizzare tutti questi dati? Ne parliamo con Alessandro Zanasi, docente di Knowledge Management e Data Mining presso l’Università di Bologna.
Nella percezione di chi si occupa di garantire la sicurezza, siamo di fronte ad una svolta epocale: è il sogno di poter prevenire il crimine, di poter agire per impedire che un atto terroristico avvenga. La tecnologia ci permette non solo di rendere disponibili determinate informazioni, ma attraverso il data mining e il text mining, di renderle interessanti, di trarne delle informazioni attraverso procedure automatizzate: in pratica costruire a partire da informazioni separate e parcellizzate, dei legami. Lo chiamano “unire i puntini”.
In questa proliferazione di dati e informazioni, qual è il limite tra esigenze di controllo e privacy? Ce ne parla Giovanni Ziccardi, docente di Informatica Giuridica presso l’Università Statale di Milano.
L’11 settembre e i successivi attentati di Londra e Madrid, in effetti hanno cambiato profondamente l’approccio alla sicurezza:
2002, Stati Uniti d’America. DARPA, l’agenzia per la ricerca e lo sviluppo del Dipartimento della Difesa Statunitense. fonda lo IAO, l’Information Awarness Office. Lo scopo dichiarato dello IAO è mettere a punto “sistemi di informazioni in grado di contrastare minacce asimmetriche attraverso l’ottenimento della conoscenza della totalità dell’informazione”.
Le associazioni per i diritti civili, preoccupate dall’invasivisità del progetto rispetto alla privacy dei cittadini, sollevano un dibattito che porta il Congresso a sospendere qualunque finanziamento pubblico alla struttura. Molti progetti continuano tuttavia ad esistere e a ricevere finanziamenti da altre strutture americane, come la National Security Agency. 2009, Gran Bretagna: il Communication Data Bill è una proposta di legge che intende modificare la data retention, imponendo agli operatori telefonici e telematici di conservare non solo I dati di traffico, ma anche il contenuto delle conversazioni.
Quindi c’è una distinzione netta tra contenuto delle comunicazioni e cosiddetti dati esterni. Mentre i dati esterni sono oggetto del data mining, le conversazioni sono soggette ad un’altra metodologia d’indagine: l’intercettazione. Le intercettazioni telematiche, nella fattispecie, non sono generalizzate e sono disciplinate secondo precise disposizioni che ne garantiscono la conformità con la legge sulla privacy. La data retention, recentemente modificata, si configura invece come la conservazione dei cosiddetti dati esterni. Ma siamo sicuri che questa distinzione risponda davvero alla realtà? Di questo argomento discutiamo con Luca Lupària, docente di Diritto Penale presso l’Università di Teramo.
Il caso Skype è esploso il 14 febbraio 2009 quando il quotidiano La Repubblica ha pubblicato un’inchiesta sull’uso del famoso servizio da parte della malavita. Eurojust, l’organismo europeo che si coordina le indagini sulla criminalità informatica, ha perciò chiesto all’azienda di fornire gli algoritmi e i codici che permettono di ascoltare le conversazioni. La compagnia ha accettato di collaborare. La tecnologia, è evidente, sta forzando distinzioni e prassi consolidate. Nuovi crimini richiedono nuovi strumenti…
L’approccio del legislatore sembrerebbe in effetti molto attento alla sicurezza, anche a costa di sacrificare un po’ la privacy dei cittadini.
Tuttavia l’anonimato è un diritto, ha detto Giovanni Ziccardi, perchè rientra nel diritto alla libertà d’espressione, dunque tutelato dalla costituzione. Ma cosa significa essere anonimi? Come si diventa invisibili in rete? Ne parliamo con Marco Calamari, responsabile del Progetto Winston Smith.
Quali risorse ha un utente medio per non essere tracciato?
La crittografia non è l’unico strumento per garantire la privacy nelle proprie comunicazioni, poichè, come abbiamo visto, non è solo il contenuto della comunicazione a poter essere tracciato, ma anche dati di connessione e localizzazione. Ne parliamo con Jan Reister che ci spiega cos’è Tor e come può esserci utile.
Tor e la crittografia sono perciò strumenti che tutti noi possiamo usare, consapevoli che la privacy è un diritto che il Garante per la privacy continuamente tutela. Il futuro della tecnologia, tuttavia, non è ancora del tutto scritto e diverse applicazioni scardineranno nuovamente le nostre certezze.
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[...] Didattico, stavolta. Ancora da Geek Files, spy story, data mining, sicurezza, segretezza e privacy. Rendersi invisibili in Rete. E’ [...]
[...] Rendersi invisibili in Rete [...]